Ciò che sta accadendo è una vergogna inaudita, va posto rimedio il prima possibile, a meno che non si preferisca cadere in una specie di ventennio fatto di ignoranza, violenza e ipocrisia da politically correct, giusto per espellere anidride carbonica dal proprio organismo emettendo parole inappropriate

Il calcio, si sa, è un fenomeno sociale a tutti gli effetti, in Italia è più che mai lo strumento, insieme con la politica, la società nostrana. Il calcio è uno sport troppo grande per essere considerato solamente tale. Mettendo da parte qualsiasi tipo di argomentazione a stampo economico-finanziario, è uno sport che accomuna popoli variegati e sparsi per l’intero globo, i quali si riuniscono in periodi quadriennali durante i Campionati del Mondo. Gioca fin dagli albori –  e Mussolini seppe sfruttarne l’importanza e la valenza popolare – un ruolo fondamentale dal punto di vista pedagogico, perché sin da bambini si coltivano passione e valori tutti che caratterizzano (forse) il gioco più bello al mondo. Di pari passo, si seguono anche falsi miti, cattivi esempi, i quali tuttavia popolano i nostri stadi e fanno sì che noi semplici tifosi siamo ostaggio, in compagnia delle società di calcio, di pochi facinorosi in grado di cambiare le carte in tavola a proprio piacimento. E lo Stato resta inerme, muovendosi solo con le solite frasi di circostanza che ormai non fanno più breccia nei cuori di noi tutti.

A Roma quanto accaduto è raccapricciante e surreale. Alcuni membri della tifoseria organizzata laziale, primatisti nel campionato del razzismo, artefici della squalifica alla curva nord dell’Olimpico per i cori razzisti contro calciatori neri, come se la Lazio non ne avesse nemmeno in rosa, per schernire la fazione opposta utilizzano un fotomontaggio di Anna Frank con la maglia giallorossa della Roma. Un atto disumano di chi la storia non la conosce o non vuole ricordarla nei modi più consoni, mele marce come li ha definiti l’allenatore della Lazio, Simone Inzaghi, che tanto sta facendo di buono per la sua squadra. Sì, mele marce appunto. Peccato che tra questi ci sia addirittura un 13enne. E qui si manifesta la sconfitta della società, la stessa che cerca di ridimensionare il gesto nell’accezione tipica dell’italiano medio, reclamando il diritto alla goliardia in tutte le sfumature del caso. A Benevento nessun gesto antisemita, ma lo striscione “De Zerbi zingaro” è il benvenuto da parte della tifoseria più calda delle streghe riservata al loro nuovo allenatore. Inevitabilmente si ritorna alla solita nitrita discussione sugli ultras, i quali certamente non sono tutti uguali, ma allora perché non prendono una netta posizione su questi gesti violenti e beceri, invece di restare nell’anonimato ambiguo? Si potrebbe anche parlare dei cori di incitamento al Vesuvio, intonati quasi in tutti gli stadi d’Italia “per scherzo, per gioco”, perché si tratta di un “semplice coro da stadio”. Così come “Napoli fogna d’Italia”, “meridionale coleroso terremotato”, “sardo pecoraro” e via dicendo.

Parliamoci chiaro: tutte le tifoserie presentano al loro interno le cosiddette “mele marce”, nessuna ne è esente. Sono pochi, si continua a ripetere, eppure rappresentano la maggioranza a conti fatti. Perché per colpa di pochi vengono chiusi i settori o addirittura stadi interi e gli altri – noi tra questi – non si sentono protetti. C’è chi potrebbe isolare questi fenomeni, ma forse per “ragion di stato” è meglio sorvolare, prendersela con le forze dell’ordine al grido di “ACAB” e poi, per una banale denuncia di smarrimento del proprio portafogli, si rendono conto che non possono richiamare l’attenzione di Batman. Il calcio ci sta rendendo stupidi, ma non è la materia di per sé: gli stadi sono solo la cassa di risonanza di una società malata nell’anima. Le multe inflitte dal giudice sportivo alle società, la chiusura degli stadi (colpire tutti, anche gli innocenti, per colpa dei soliti noti) non basta più. Ma non bastano più neanche i richiami all’attenzione su un genocidio cui è costata la vita a milioni di persone “colpevoli” di appartenere a una razza diversa. Non bastano più le gite scolastiche ad Auschwitz se queste vengono considerate vacanze-premio, né i pellegrinaggi promossi dal presidente della Lazio, Claudio Lotito, a mò di pagliacciata. Non serve a nulla parimente scendere in campo indossando la Stella di David come richiesto dall’ex premier Matteo Renzi (a proposito di anidride carbonica). Non bastano i dibattiti, i convegni infiniti. Va messa in atto una seria rivoluzione culturale che parta dalle scuole: gli uomini di domani rischiano seriamente di essere protagonisti di un ritorno al passato a loro insaputa perché qualcosa è andato storto, è evidente, e noi siamo gli artefici di questa rottura. Utilizzare Anna Frank per insultare i tifosi della squadra avversaria è il degrado del genere umano.

Probabilmente è arrivato il momento di attuare pene più severe, per responsabilità oggettiva, nei confronti delle società di calcio. Le multe sono uno strumento irrisorio, non colpiscono nessuno e i “soliti pochi” contuinueranno nella loro opera di stupidità. La chiusura degli stadi penalizza il vero tifoso e aiuta i facinorosi ad intraprendere le scorciatoie che gli stessi club favoriscono, come nel caso degli ultras laziali in curva sud. Per cambiare il calcio, almeno una parte, vanno inflitti i punti di penalizzazione: non è giusto nei confronti di chi scende in campo e di chi lavora (calciatori, staff tecnico…) durante la settimana, non è giusto colpire gli imprenditori e i direttori sportivi sempre attivi nell’allestire la più competitiva rosa possibile e metterla nelle mani degli allenatori, ma è diventata la soluzione estrema per ribellarsi ai “pochi” e tornare a vivere un po’ di sano calcio. Contestualmente, è cosa buona e giusta identificare gli autori di gesti malsani e impedire loro di ammazzare questa fragile società così martoriata, così disgraziata.